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Terminology Vademecum version 0.1 (2005-09-23)

1  La Terminologia


For a German and a Finn, the truth is the truth. In Japan and Britain it is all right if it doesn't rock the boat. In China there is no absolute truth. In Italy it is negotiable.
Richard D. Lewis


La terminologia è una disciplina linguistica di fondamentale importanza per l'organizzazione del sapere di dominio, o della lingua di specialità che dir si voglia, che affonda le proprie radici nel XVIII secolo. Alcuni importanti ricercatori, tra i quali Lavoisier1, de Morveau2, Berthollet3 e Linneo4, si erano resi conto che comunicare in maniera efficace poteva garantire una corretta trasmissione del sapere scientifico. L'internazionalizzazione della scienza avvenuta nel XIX secolo prima ed il rapido sviluppo di nuove tecnologie nel XX secolo poi, hanno trasformato quell'intuizione in necessità. Sotto l'influenza della scuola di Vienna, l'attività terminologica si avvicinava di più a quella che chiamiamo preferibilmente descizione terminografica, il cui obiettivo principale era quello di raccogliere i termini per la costruzione sia di dizionari in formato cartaceo, generalmente monosettoriali, sia di banche dati informatiche multisettoriali e dunque multidisciplinari. In sostanza, la terminologia si presentava come un'attività di impronta fortemente lessicografica. Era dunque evidente che l'importanza dello status del termine prevalesse sull'uso reale della lingua dalla parte degli interlocutori, facendo della terminologia una disciplina prevalentemente prescrittiva, il cui obiettivo era, e rimane ancora aggi, quello di agevolare la comunicazione settoriale rendendola più efficiente e non ambigua. La polisemia e la sinonimia dei termini venivano ignorate in favore della monoreferenzialità e dell'univocità. Se consideriamo invece la realtà dei fatti, questo tipo di approccio potrebbe risultare anche utopistico, nonché innaturale, in quanto un monitoraggio così radicale della lingua sarebbe realizzabile solo ed esclusivamente ad un livello di specializzazione troppo elevato, costituito da soli interlocutori dotati di un bagaglio culturale mirato ed omogeneo.

Ma qual è allora lo status attuale della Terminologia?

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La Terminologia in Cina

Lo sviluppo della ricerca terminologica in Cina ha preso forma, fin dalle origini, dalla traduzione dei Sutra, i testi religiosi che riportano gli insegnamenti del Buddha o dei patriarchi, che ebbe inizio con la dinastia Han (23-200) e il cui momento di massima fioritura risale al periodo della dinastia Tang (618-907). In quel tempo, cominciarono a nascere i primi centri di traduzione e la lingua ufficiale, il mandarino, cominciò ad assorbire una grande quantità di termini sanscriti e buddisti. Il primo centro che dettò i principi della translitterazione e della traduzione libera fu presieduto dal buddhista Xuan Zhung, e rimase a lungo il più importante. La traduzione delle opere scientifiche cominciò invece a prendere piede durante il periodo della dinastia Ming (1368-1644) grazie all'opera di alcuni studiosi cinesi affiancati da traduttori di altre nazionalità, i quali tradussero un gran numero di opere riguardanti ad esempio l'astronomia, le scienze matematiche, la cartografia, l'idrologia e la meccanica. Verso la fine del XIX secolo, grazie al lavoro dell'Ufficio di Traduzione (Tong Wen Guan) e dell'Ufficio delle attività produttive della Cina del Sud, che assunsero il compito di tradurre tutte le nuove opere tecniche e scientifiche, la lingua cinese (il mandarino) si arricchì di numerosi termini - prevalentemente prestiti - tecnici e scientifici. La presenza delle lingue minoritarie del vasto territorio cinese, rappresentò inoltre uno degli ostacoli principali per la creazione terminologica e per i processi di normalizzazione, soprattutto perché, al di là dei piccoli centri di traduzione, non esistevano organismi per una gestione centralizzata della terminologia. Nel 1915, la Società Cinese di Medicina assieme ad altri organismi, cominciarono a praticare la verifica dei termini medici in un primo tempo, per poi applicarla anche a termini di domini diversi o complementari. Nel 1912, la Grande Accademia installò a Shanghai un comitato per l'unificazione dei termini tradotti. L'anno successivo, la stessa accademia divenne Ministero dell'Istruzione che a partire dal 1932 commissionò tutto il lavoro al nuovo Ufficio Nazionale per la Traduzione e la Redazione di Nankin. In seguito alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, nel maggio 1950, fu fondato uno comitato per l'unificazione dei termini accademici dal quale dipendevano cinque domini specifici: scienze naturali, scienze sociali, medicina e igiene, le arti e l'attualità. Nel 1956, la Commissione per la Cultura e l'Educazione fu soppressa; il Consiglio degli affari di stato incaricò allora l'Accademia delle Scienze di unificare la terminologia accademica, che fu però soppressa durante il periodo della Grande Rivoluzione (1966-1976). Fu grazie all'Accademia delle Scienze Cinesi che nacque poi una Commissione Nazionale per la verifica dei termini delle scienze naturali, composta da ben ventinove sottocommissioni. Con essa vennero stabilite le linee guida del lavoro terminologico e un programma nazionale per l'unificazione dei termini delle scienze naturali.
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La Terminologia in Giappone

A partire dal 1543, il Giappone cominciò a stabilire i primi contatti con le civiltà occidentali grazie all'importazione delle prime armi da fuoco fabbricate nei Paesi Bassi. Nel 1549 Francisco Xavier, un missionario spagnolo, ed altri missionari dopo di lui, giunsero a Kagoshima, introducendo in Giappone nuove cure mediche e disseminando nuove nozioni di astronomia e geografia. Essi introdussero anche nuovi oggetti quali orologi, bicchieri e macchinari per la stampa. Durante il periodo di Tokugawa Shogunate venne adottata una politica di isolamento del paese e, a partire dal 1630 fu proibita l'importazione di libri provenienti dall'occidente e delle loro traduzioni in cinese. Nel 1720 Yoshimune Tokugawa fece applicare tale divieto solo all'importazione di testi religiosi. Di conseguenza, furono introdotti anche traduzioni di libri di medicina, botanica, storia naturale e durante l'ultimo periodo Tokugawa i principali domini delle scienze naturali vennero organizzati sulla falsa riga delle metodologie sientifiche occidentali. Alla fine del XVII secolo, per studiare tali scienze era necessaria la conoscenza di alcune lingue come l'inglese, il francese e il russo. Dall'inizio del periodo Meiji (1868-1912) il Giappone diede inizio ad una serie di incontri tra società accademiche, ricercatori e unomini di scienza provenienti dai paesi dell'Occidente in seguito ai quali vennero pubblicati studi tassonomici, glossari, dizionari e schemi di classificazione. Durante il periodo Showa (1926-1989), ci fu un'intensa campagna di promozione delle opere scientifiche, ma ci fu d'altro canto una restrizione della libertà di studio prima e durante la seconda guerra mondiale. Il filo conduttore delle principali opere terminologiche pubblicate in quel periodo è quello dell'unificazione e della standardizzazione dei metodi di annotazione delle parole scritte utilizzando i caratteri cinesi, i caratteri Kana ed il romanji. Non bisogna però dimenticare che soprattutto opere come glossari o dizionari risentivano in maniera molto evidente delle traduzioni di testi in lingue occidentali inerenti ai vari domini di studio. Tale pratica pose dei grossi problemi soprattutto durante i processi di sistematizzazione della lingua di specialità. In particolare:
  • nei testi tradotti i concetti venivano interpretati a partire da un contesto dato espresso in una stringa di parole;
  • ogni termine era considerato semplicemente come costituente di un determinato contesto;
  • non si dava importanza all'estrazione della terminologia e alla sua unificazione.
Le attività di adozione e diffusione dei termini scientifici in Giappone viene svolta ancora oggi dal Science Council of Japan. Nato nel 1949, tale consiglio opera sotto la giurisdizione del primo ministro ed ha come obiettivo la promozione e la diffusione delle conoscienze scientifiche nel paese.
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La Terminologia in Africa

Non è semplice delineare lo status della terminologia in Africa, un continente caratterizzato da una frammentarietà linguistica molto forte che ha favorito il quasi totale dominio delle lingue dei paesi colonizzatori. Se è vero che le lingue nazionali sono promotrici di sviluppo e integrazione, cercheremo di capire quali sono i problemi di ordine sociolinguistico che ostacolano lo sviluppo della terminologia "indigena" e la diffusione extracontinentale delle lingue africane.
Un po' di storia
All'inizio dell'epoca coloniale pochissime lingue africane avevano sviluppato un sistema di scrittura, ma i militari delle forze colonizzatrici necessitavano di registrare dati che per la prima volta facevano riferimento a nomi di popolazioni e luoghi fino ad allora ignoti e che si dovevano essere descritti in dettaglio. Allo stesso modo, i missionari davano grande priorità al lavoro di traduzione della Bibbia, cercando di includere anche le lingue africane che non godevano di una tradizione scritta. Fu proprio per questi motivi di ordine storico-politico che si avvertì la necessità di adattare le lingue africane ad una forma scritta seguendo le convenzioni dei paesi colonizzatori, cosa che, inevitabilmente diede origine ad alcuni fenomeni linguistici interessanti. Poiché infatti i sistemi fonetici delle lingue africane variavano considerabilmente dai sistemi fonetici delle lingue dei colonizzatori, prevalentemente Francese e Inglese, l'alfabeto latino ha dovuto subire pesanti adattamenti che avrebbero dovuto portare alla formazione di un sistema di simboli più o meno armonizzati. Ma quali principi sono stati adottati per attuare tali adattamenti? In primo luogo è importante tenere in considerazione che i principi variavano a seconda della "lingua colonizzatrice". Ad esempio, gli inglesi sono stati fortemente influenzati dalla Royal Geographical Society che nel 1836 decise di adottare il principio "vocali italiane e consonanti inglesi". Diversamente, i francesi decisero di adottare convenzioni più vicine a quelle dell'ortografia francese. Successivamente, nel 1848 la Church Missionary Society (CMS) impegnata principalmente nelle colonie inglesi pubblicò Rules for Reducing Unwritten Languages to Alphabetical Writing in Roman Characters with Reference especially to the languages spoken in Africa. Tali regole stabilirono alcuni valori fissi per le lettere dell'alfabeto latino, cercando di evitare la formazione di composti di due lettere per rappresentare un singolo suono o per indicare suoni che non trovavano corrispondenza tra le lettere dell'alfabeto latino, utilizzando ad esempio segni diacritici. Successivamente, intorno al 1850 furono pubblicati diversi alfabeti che seguivano i principii stabiliti dalla Church Missionary Society. Più tardi, nel 1926 fu fondato l'International African Institute il cui primo obiettivo fu la creazione di un unico alfabeto africano. Nel 1928 pubblica The Practical Orthography of African Languages in cui i segni dicritici, sostituiti dalle lettere dell'alfabeto fonetico, erano riservati per marcare tonalità e nasalizzazione. Questo alfabeto si diffuse soprattutto nell'Africa Subsahariana, mentre in altre aree geografiche di lingua Swahili vennero mantenuti i principi della CMS affiancati dall'uso di digrafi come ch al posto dei diacritici. L'impiego dei digrafi risultò poi essere la soluzione migliore ai problemi di adattamento fonetico delle consonanti soprattutto per le aspirate labiali e palatali. I segni diacritici vennero conservati unicamente nelle zone della Nigeria del Sud. Per quanto riguarda invece le vocali, il solo vero problema riguardava il numero, più elevato rispetto a quello dell'alfabeto latino.
Il presente e il futuro
Circa un terzo delle lingue parlate nel mondo sono lingue africane quantificate intorno a 2000. Di queste, più di 500 hanno attualmente una forma scritta basata generalmente su caratteri latini (Roman-based orthography). La classficazione odierna suddivide le lingue africane in quattro grandi famiglie:
  1. Camito-semitiche o afroasiatiche: costituisceono il più importante gruppo linguistico del Nord Africa. La famiglia si estende anche all’Asia sudoccidentale, dalla penisola arabica alle coste mediterranee.;
  2. Nilo-sahariane: parlate lungo una fascia che si estende dalla grande ansa del fiume Niger nell’Africa occidentale all’Etiopia, passando per l’alta valle del Nilo e parti dell’Uganda e del Kenya. L’estremità più occidentale è costituita dal songhai, lingua importante senza parentele strette, parlata lungo l’alto corso del Niger, in Mali e Nigeria;
  3. Khoisanidi o lingue click: parlate dai koi-koi, o ottentotti, e dai san, o boscimani, dell’Africa meridionale, costituiscono la più piccola famiglia linguistica africana non più di 100.000 parlanti). In un’area più isolata, nel Nord-Est della Tanzania si parlano due rappresentanti di questa famiglia: il sandawe, con più di 20.000 parlanti, e lo hadza, meno esteso;
  4. Niger-kordofaniane o niger-congolesi: comprendono circa un migliaio di lingue (e molte migliaia di dialetti) raggruppate in sei gruppi principali parlate dalla regione subsahariana fino all’estremità meridionale del continente con un andamento nord-ovest sud-est, dalle coste atlantiche a quelle dell’oceano Indiano.
Alcuni grandi ricercatori, tra i quali Gambier, Gaudin e Sager, si sono a lungo interrogati sulla questione, chiedendosi se effettivamente la terminologia potesse essere considerata come una disciplina scientifica autonoma. Oggi, dopo quasi 30 anni di ricerca, la terminologia può forse essere considerata come una componente fondamentale delle scienze del linguaggio, prova ne sono i lavori teorici e metodologici sviluppatisi nel corso degli anni non solo nel mondo, ma anche e soprattutto nella realtà della SSLMIT ad opera del Laboratorio di Ricerca Terminologica attivato nel 1996 nell'ambito del progetto Linguaggi ed Attività Produttive. Numerose sono anche state le critiche mosse ai principi normativi della scuola di Vienna, critiche fondate non solo sull'impossibilità di definire in modo netto le varie discipine, sulla dificoltà di distinguere in modo chiaro il tipo di informazioni, ma anche sul fatto che i processi di standardizzazione non dovrebbero essere accettati a prescindere, ma analizzati ed eventualmente adattati alle situazioni comunicative alle quali dovrebbero essere applicati.

Nel corso degli ultimi anni la terminologia è stata poi oggetto di numerosi incontri nazionali ed internazionali, grazie ai quali si è giunti ad alcuni importanti punti di snodo:

  • la variazione linguistica, specchio della diversità sociale, smentisce il carattere statico e idealizzato della terminologia normativa;
  • ciascun linguaggio di dominio non deve essere considerato come un sistema chiuso poiché la migrazione dei termini di un dominio specifico verso un altro dominio specifico risulta essere molto frequente;
  • la mancanza di standardizzazione terminologica per tutte le scienze, non solo confuta la teoria tradizionale della pratica terminologica, ma rafforza anche l'ipotesi dell'esistenza di una terminologia piuttosto dinamica, determinata soprattutto dal contesto situazionale;
  • i processi di creazione terminologica sono spesso determinati da una variabile fondamentale: le competenze linguistiche ed extralinguistiche dei soggetti coinvolti nella costruzione di una terminologia, soggetti dal bagaglio culturale spesso disomogeneo.


1
  
Antoine-Laurent Lavoisier (Parigi 1743 - Parigi 1794).
Chimico, naturalista, agronomo, economista ed esattore delle imposte, Lavoisier delineò, a partire dagli anni '60 del XVIII secolo, con una serie ininterrotta di ricerche, una nuova rivoluzionaria immagine della chimica. Nel 1787, assieme a Berthollet, Fourcroy e Guyton de Morveau, pubblicò la Méthode de nomenclature chimique, radicale riforma del linguaggio della chimica.
2
  
Louis-Bernard Guyton de Morveau (Digione 1737 - Parigi 1816)
Studiò legge e, nel 1760, fu nominato avvocato generale presso il Parlamento di Digione. Nel 1764 si iscrisse all'Académie di Dijon ed iniziò a studiare chimica. Inizialmente aderì alla teoria del flogisto, come risulta ad esempio dalla sua Dissertation sur le phlogistique (1772). Si dedicò contemporaneamente allo studio della nomenclatura chimica e nel 1782 pubblicò un Mémoire sur les dénominations chimiques, la nécessité d'en perfectionner le système et les règles pour y parvenir. Convertitosi alla nuova chimica antiflogistica, partecipò con Lavoisier, Berthollet e Fourcroy alla realizzazione della Méthode de nomenclature chimique (1787) e alla fondazione della prima rivista scientifica specializzata, dal nome Annales de Chimie (1789).
3
  
Claude-Louis Berthollet (Talloire 1748 - Arcueil 1822)
Insieme a Laplace lo scienziato più importante del periodo napoleonico. Si laureò a Torino in medicina nel 1770. Quindi si trasferì a Parigi, dove strinse amicizia con Macquer e con Lavoisier, con il quale avrebbe collaborato alla realizzazione della Méthode de nomenclature chimique (1787). Nel 1780 entrò a far parte dell'Académie des Sciences.
4
  
Carl von Linné (Stenbrohult 1707 - Uppsala 1778)
Anche noto come Carolus Linnaeus o, in italiano Carlo Linneo, fu un biologo e grande sistematico del Settecento nonché il creatore della moderna classificazione scientifica. Nel suo Systema Naturae, egli classificò oltre 4000 animali, utilizzando una "classificazione artificiale" degli organismi, basata su caratteri esterni ed evidenti, come, per esempio, la disposizione dei denti nei Mammiferi, il tipo di becco e zampe negli Uccelli o la posizione delle pinne nei Pesci. Così si raggruppavano insieme organismi che avevano almeno un carattere comune, facilmente riscontrabile, pur differendo tra loro per altri particolari. Questo metodo, o sistema, era inoltre più conveniente e rapido per l'identificazione di vegetali e di animali. Altro grande merito dello svedese fu l'introduzione, nel 1753, della nomenclatura binomiale nel sistema di classificazione delle piante e degli animali. Con questo metodo tassonomico si attribuiscono due nomi latini a ciascun organismo: il primo nome si riferisce al genere di appartenenza dell'organismo stesso ed è uguale per tutte le specie che condividono alcuni caratteri principali (nomen genericum); il secondo termine, che è spesso descrittivo, designa la specie propriamente detta (nome triviale o nome specifico). È stato lui a introdurre i simboli ♂ (Marte) e ♀ (Venere) per indicare rispettivamente il maschio o la femmina.

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